Che cos'è questa bellezza
brevi appunti su un saggio di Salman Rushdie
Sto leggendo in questi giorni Linguaggi della verità di Salman Rushdie (Mondadori, trad. Gianni Pannofino) e quello che scrivo di seguito non è una recensione, perché in realtà non ho ancora letto tutto il volume, ma vorrei fermarmi alcune frasi che sono tratte dal saggio intitolato Proteo, perché hanno a che fare con una serie di ragionamenti legati al romanzo, alla bellezza e al reale. Al solito uso Rushdie, facendogli dire qualcosa che interessa a me.
Faccio una premessa a me pare che negli ultimi anni i romanzi italiani che leggo abbiano una strana fame di realtà, una fame molto simile a quella desiderata da molti lettori. Mi pare che l’orizzonte della narrazione mostri sempre più una “volontà di aderenza a ciò che accade”. Come se dire “questa cosa è realmente avvenuta così” fosse in qualche modo sigillo e di verità e di bellezza, questa vidimazione del reale produce paradossalmente due diversi movimenti.
1 - Le librerie traboccano di romanzi “pseudo-storici” ambientati durante in un determinato periodo storico - il fascismo, del primo 900 - che raccontano saghe di famiglia, storie di donne e uomini, storie d’amore all’ombra della guerra partigiana, lei staffetta, lui fascista, o viceversa, lei figlia del fascista di turno e lui comunista tutto d’un pezzo: la cornice storica, costruita con più o meno capacità e con più o meno verisimiglianza, tanto maggiore se l’autore o l’autrice pesca da un serbatoio personale di ricordi di famiglia, serve appunto per garantire un minimo di credibilità della storia. A quel punto stabilito quel minimo di adesione storica la fame di realtà del lettore è soddisfatta, e così il libro potrà produrre una narrazione ultra semplificata, con uno stile già adatto alla trasposizione cinematografica, una certa “dicotomia” da romance, i buoni i cattivi.
2 - Negli ultimi anni gli stessi scaffali mostrano il fenomeno sempre più evidente dei romanzi che narrano o che fanno partire la propria narrazione di qualcosa di realmente accaduto all’autore/autrice. In particolare mi pare evidente la tendenza del memoir a raccontare la propria malattia, sia essa fisica o psicologica. Questo produce, alle volte, non sempre, testi scritti con una maggiore cura stilistica, ma non per questo meno imbarazzanti, almeno per il lettore che sono.
Quando leggo un romanzo io non chiedo all’autore di raccontarmi la sua malattia psichica, così come non mi interessa che il suo bisnonno abbia vissuto nel periodo della bonifica dell’Agro Pontino, dove lui ambienta la storia d’amore, non è ciò che chiedo. Di questo tipo di aderenza alla realtà non mi interessa nulla, perché mi pare che in qualche modo si pensi che la realtà, l’accadere delle cose, sia il centro della narrazione, ma non lo è.
Il realismo questo strano demone della letteratura, che da sempre ci insegue, ci bracca, non è altro che un genere letterario, è a tutti gli effetti niente altro che una scelta retorica: il così com’è, la rappresentazione esatta e minuziosa della vita non è altro che una scusa retorica. Ridurre la scrittura alla semplice proposizione del reale è folle, e produce brutta letteratura (la maggior parte dei romanzi pseudo storici e memoir è infatti scadente). Qui veniamo alla prima citazione di Rushdie:
Mi piace sostenere che la realtà non è realistica, per questo prediligo quell’altro filone della letteratura, che potremmo chiamare tradizione proteiforme e che è più realistica del realismo, perché corrisponde al irrealismo del mondo. […]
Il “reale” è una idea del mondo, una sua descrizione o immagine, proprio come l’ “irreale”. (pp.53-54)
Credo che questo sia il punto: immaginare il realismo come una rappresentazione veritiera e non come una semplice immaginazione. Mi pare che ci sia uno scarto, meglio Rushdie evidenzi uno scarto, piuttosto evidente, che i romanzi tendono a non mostrare più. Mi pare che non esista più l’esagerazione, l’errore, il “di più”. La maggior parte dei testi che mi capita di leggere sono perfetti, chiusi, precisi, hanno strutture blindate, scelte stilistiche sempre mediate, quasi che gli autori più che porre orecchio al suono della frase ponessero attenzione a ciò che si dice al di fuori. Posso scrivere questa parola? Posso usare questo concetto? Questa normalizzazione della forma, e linguistica e strutturale, è il prodotto di questa sete del reale, raccontare le cose così come sono andate, raccontare la cosa così come è, normalizzarla, renderla definibile nel recinto di ciò che è logico, comunicabile e di buon gusto.
La domanda successiva è quindi semplice: per quale motivo leggiamo un romanzo?
Per la trama?
Per la lingua?
Per la logica degli eventi concatenati?
Per i personaggi?
Per immedesimazione?
Potrei andare avanti, ma penso che il motivo per cui leggiamo un romanzo sia per la bellezza del romanzo stesso.
Io amo l’Ulisse di Joyce, Splendori e miserie delle cortigiane di Balzac, I promessi sposi di Manzoni, La storia di Morante e potrei citarne altri, perché mi paiono di una bellezza disarmante. Ognuna di queste storie se passata al lanternino del principio di adesione alla realtà ne uscirebbe sconfitta (pensate solo alla stupenda pagina dell’Addio Monti di Lucia, che ovviamente non pensa con quelle parole e con quel modo di esprimerle e lo stesso Manzoni si premura di avvertirci) e nonostante questo a me paiono bellissimi, e mi trovo a commuovermi alla morte di Lucien, a sorridere quando Useppe vede il mondo, o a tirare un sospiro di sollievo Bloom fugge come Elia dalla grinfie del Cittadino.
Cosa hanno queste narrazioni di particolare e di comune? Mi pare di poterlo definire come uno scarto. Uno scarto che è alla base della narrazione, di ogni narrazione e da sempre, Dante in Vita Nova scrive che proverà a raccontare ciò che la sua potenza d’immaginazione ha raccolto sotto la rubrica Vita Nova, e se non riuscirà tutto almeno ci donerà la sentenza. Ogni scrittura è uno scarto rispetto al reale e al suo rapporto con l’immaginazione (il termine memoria in Dante ha una sfumatura molto più complessa di semplice ricordo). La bellezza della narrazione sta in questo scarto.
Viene da chiederci perché scriviamo, e quindi leggiamo, una narrazione?
Se è la vita che cerchiamo allora ci basterebbe vivere ciò che ogni giorno ci accade, ma in qualche modo non è a noi sufficiente questa vita. Tra realtà e letteratura non corre buon sangue, c’è anzi un rapporto complesso, difficile, ostile, come dimostra l’episodio dei leoni nel Don Chisciotte. Il nostro hidalgo è deciso a sfidare il leone, feroce e famelico, che però una volta aperta la gabbia non fa nulla, ma con una sorta di annoiata indifferenza si gira, mostra il culo a Don Chisciotte e si mette nuovamente a dormire. Questo breve apologo dice quasi tutto sulla possibile tensione alla bellezza della narrativa. C’è qualcosa che non quadra in questo episodio, c’è qualcosa che non è completamente chiaro, eppure il leoni è “vero” e nessuno pensa che Don Chisciotte ce la farà affrontarlo. Eppure qualcosa non quadra. Non va come deve andare. La letteratura entra in scena proprio in questo momento.
Insomma, se un romanzo dovrà avere “qualcosa che non va”, allora che la cosa sbagliata sia perlomeno meravigliosa e che ci parli della strana bellezza del mondo; una cosa sbagliata che cerchi di liberare i nostri occhi e le nostre orecchie dalla scialba patina e dal cerume ottundente del quotidiano, che ci fanno vedere una realtà monocromatica e ce la fanno sentire monotona, per rivelare la musica arcobaleno di come sono davvero le cose. (p.51)
Ecco qui Rushdie, la bellezza sta nella cosa che sbaglia, potremmo dire l’anello che non tiene nella maglia della storia, la divaricazione di un sentiero, uno sguardo diverso, dei soldi gettati nel fuoco, o una colpa incestuosa e delittuosa. Bisognerebbe educarsi all’imperfezione, allo sguardo errato, al proteiforme spettacolo delle cose del mondo, che è qualcosa di terribile, e ci spaventa, ma che infine è bello.
Questo ci espone, come scrittori, e anche come lettori, al fallimento, a sbagliare, a non essere perfetti, ma mi pare che sia un rischio tutto sommato da correre e volentieri.


